Parole in gabbia

12/06/2020 - 04/07/2020

a cura di

Raffaella Colace

Lungo un percorso avviatosi con la pittura informale e passato attraverso video ed installazioni, Sonia Agosti è approdata in tempi recenti ad un personalissimo uso del frottage per la realizzazione di opere dove unici protagonisti sono lettere, numeri, parole. Entrate nella produzione dell’artista con un’installazione realizzata a fine del 2018 – Si fa quel che si può con quel che c’è – le lettere acquistano in seguito vita propria, diventando calchi da trasporre su carte da scenografia bianche o gialline poi incollate su tela. Se il punto di partenza è un modello precostituito – la lettera appunto – la tecnica del frottage, realizzata con colore acrilico (rosso e blu oltremare) filtrato da pesanti teli di plastica, porta nell’opera l’inaspettato e il fortuito. Il primo passaggio pittorico viene infatti condotto senza vedere ciò che accade sotto il telo; solo in un secondo momento l’artista comincia a guardare per poi intervenire là dove è necessario. A seconda dell’energia con cui avrà distribuito e impresso il colore, diversi saranno gli equilibri, diversi i ‘pesi’ delle impronte lasciate dalla trama del telo, dalla lettera e dal tondino che la ingabbia. Non più la spatola (come nella prima fase informale), ma una vecchia scopa da giardino è ora lo strumento utilizzato, a garantire sempre e comunque la portata gestuale dell’atto artistico.

Se i primi frottage, realizzati nel 2019, si sostanziano di contenuti esoterici evocanti riti propiziatori, cui da sempre si legano lettere e numeri con la loro valenza magica, quelli creati nel 2020 – in particolare nel periodo dell’isolamento per il Covid19 -, esposti in mostra, si riferiscono maggiormente al linguaggio che noi utilizziamo e a talune condizioni che caratterizzano la società attuale. Permane innegabile una portata simbolica che affonda però ora le radici nel nostro vissuto. Un vissuto ingabbiato, come queste parole e lettere impossibilitate a librarsi nell’aria, massicce e squadrate, costrette entro una griglia e ancorate alla fitta trama dell’esiguo campo spaziale loro concesso: lettere incasellate, come nei test scolastici (Vero Falso) che sempre più mortificano la multiforme bellezza del discorso, lettere corrette in automatico da aridi dispositivi, lettere prosciugate in telegrafici sms. Così, esse divengono simbolo dell’esistenza moderna, sentita dall’artista come una gabbia, concetto tristemente attuale alla luce delle (necessarie) restrizioni e delle limitate libertà imposte dall’emergenza sanitaria. Attuale come le mascherine che portiamo, di cui Mask, realizzata a febbraio, in tempi non sospetti, ci appare premonitrice.

I contorni sbavati e il colore consumato affrancano però lettere e numeri dagli automatismi moderni, conferendo loro un carattere vissuto (sofferto?) ed effetti matericamente tattili, derivati in particolare dalla tessitura grezza da cui emergono. A dispetto della massiccia struttura, la loro monocromia è vibrante e modulata dal chiaroscuro – anche in base al colore della carta scelta in relazione al ‘caldo’ rosso o al ‘freddo’ blu -, recando in ciò un inconfondibile segno pittorico.

Con le sue Parole in gabbia Sonia Agosti dà un personale e autentico contributo alla riflessione sul rapporto tra scrittura e immagine, indagato e interpretato sin dalle avanguardie novecentesche e, da lì, da molti artisti di area surrealista, concettuale, pop (si aprirebbe qui un discorso troppo ampio di cui non è questa la sede), sino ad arrivare ai writers dei giorni nostri. Inutile ricordare, infine, quanto il potenziale visivo di lettere e parole sia stato sfruttato nel linguaggio della comunicazione di massa e nella creazione di brands.

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